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| breve
storia del
mobile d'arte |
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| Nel
1920 avviene un incontro destinato ad essere
ricordato a lungo. L'ingegner Bruno Bresciani,
facoltoso signore di Cerea, commissiona a
Giuseppe Merlin il restauro di un antico e
prezioso mobile del '600. |
| Giuseppe
Merlin, classe 1881, uomo di grande
temperamento, diventa un po' inconsciamente
pioniere di un'attività che segnerà per buona
parte del novecento, la storia del suo paese
nativo, Asparetto, e dei dintorni. Le sue mani
certosine, mani di un uomo "un po'
carrettiere, agricoltore, meccanico, fabbro,
falegname" gli consentono di realizzare la
vocazione scritta sullo stemma di Cerea, un
cerro, simbolo del lavoro manuale del legno. |
La
figura dell'artigiano-artista inizia proprio dal
Merlin: con lui però ci sono una trentina di
apprendisti di buona volontà e dalle mani
ruvide, capaci comunque di restaurare e portare
a termine mobili d'eccezionale pregio. Si
arrangiano con un soraman, una scaiarola,
una sponzirola, un grafeto, gli
oggetti pratici per lavorare il legno.
Non sanno dai libri la differenza tra un
Veneziano e un Impero, tra un Barocco e uno
Spagnolo: l'esperienza compensa questa lacuna e
li fa espertissimi del settore, maestri di
future generazioni, nonché punti di riferimento
per la consulenza da parte di acquirenti
aristocratici dal palato fine.
Il fiuto delle cose preziose, il senso degli
affari risolvono poi molti problemi.
In bottega si lavora parecchie ore al giorno e
per pochi "franchi", mentre chi impara
l'arte ne fa tesoro e, successivamente, arriva a
trasmettere l'eredità ai figli e spesso ai
nipoti fino ai giorni nostri. |
Il
lavoro dei primi "marangoni" fa
moltiplicare in breve la mole di legname
necessario e i mobili in commercio. Negli anni
'30 si assiste ad una progressiva irradiazione
di piccole botteghe ad Asparetto e a Cerea.
Negli anni '40 l'attività attende gli eventi
bellici, ma non si spegne affatto, mentre i
decenni immediati del dopoguerra cominciano a
far parlare la gente locale di "boom"
del mobile d'arte.
Dagli anni Cinquanta ai Settanta ci sono affari
d'oro, coi mobili di Cerea che circolano per
l'Italia e si aprono al mercato con la Germania,
coi clienti che macinano chilometri pur di
visitare una mostra locale ed assicurarsi un
mobile in stile. |
Ci
sono altre situazioni in evoluzione: distretti
del mobile in via di sviluppo a Cantù,
nell'area del nord-est e del vicino padovano,
dove sorge un'altra piccola capitale del legno a
Casale di Scodosia.
Nel basso veronese non c'è più solo Cerea ma
Bovolone, Sanguinetto, Casaleone e tanti altri
centri che creano un tessuto omogeneo. |
Negli
anni '80, convivono con le botteghe artigiane
parecchi stabilimenti industriali, con
macchinari sofisticati che sostituiscono l'arte
con la serialità dei mobili.
Gli antiquari rimangono e realizzano un'ampia
rete di relazioni con i privati. |
Dal
1955 produttori e commercianti si ritrovano
nella "Mostra del Mobile d'Arte" di
Cerea, una vetrina importante per il richiamo di
clienti anche lontani.
Bisogna salvaguardare anche l'immagine del
comprensorio del mobile, così a fine secolo si
parla sempre più insistentemente di
"Marchio del mobile d'arte" ed è una
realizzazione di forze sempre più coalizzate, e
sempre più pronte ad esorcizzare la parola
"crisi", nata dall'incremento di tasse
e burocrazia.
Cerea e Bovolone aprono "scuole del
legno", specializzate a far crescere
nell'intelligenza e nell'attività pratica
ottimi giovani artigiani offrendo tutte le
conoscenze possibili per avviarsi al lavoro. |
Cos'è
il mobile del 2000?
Certo un po' il ricordo dei Merlin, dei Rossato,
dei Signoretto, dei Bonfante e molti altri,
fotografie vive nella memoria della gente.
Ma anche il ricordo del "cuore" dei
lavoratori, tanto grande da sfidare politiche ed
economie poco inclini ad aiutare il piccolo e
medio artigianato, poco disposte a valorizzare
la mano dell'artista.
Le immagini di tanta laboriosità consolano e
rinfrancano. |
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di
Stefano Vicentini
tratto da "Cerea, la sua gente" a cura
di Gianfranco Ziviani e Anna Chiara Ziviani |
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