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Biblioteca "B. Bresciani"  
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un paese e la guerra
      
      
A più di cinquant'anni di distanza gli eventi del secondo conflitto mondiale con il loro immane carico di orrori e distruzioni sono ancora vivi nei ricordi di molti cereani che in prima persona hanno vissuto l'incombere della tragedia, le privazioni, gli stenti: in una parola la guerra, l'indescrivibile evento, costituito di piccole dolorose vicende che hanno lasciato tracce indelebili nella memoria della collettività.
 

  
Non è quindi possibile ripercorrere quei momenti, quegli anni lontani - ma nel contempo così vicini nei doviziosi racconti 
dei tanti preziosi testimoni della guerra nella sua dimensione quotidiana - senza tralasciare volutamente uomini, fatti, sofferenze e morte: tanti, certamente sempre troppi, i cereani che ancora oggi hanno qualcosa da raccontare, alla cui memoria affiorano ancora vividi i ricordi di quei momenti. Ma sono sempre, quasi inevitabilmente, immagini di dolore quelle che tornano alla mente; un dolore che nessuno potrà "riassumere" con le parole, con la scrittura.
Scegliere tra questi ricordi quelli più "rappresentativi" o più pregni di valore è indubbiamente difficile, quasi un'assurdità, proprio perché l'insieme "paese" o "guerra" costituisce un'amalgama disomogenea in cui si intrecciano le singole storie di una popolazione e di un'esperienza indimenticabile.
Tante storie dunque: di giovani, come Ottenio Ongaro, ucciso nei pressi della stazione ferroviaria mentre al passaggio di un treno diretto ai lager nazisti, cercò di raccogliere alcuni biglietti che i deportati lanciavano, nella tenue speranza di avvisare le famiglie lontane della loro destinazione. Invano il fuochista del treno, il coetaneo Pietro Paulon tentò di avvertire lo sfortunato giovane e di farlo allontanare dal convoglio in transito: Ottenio troppo lontano dalla locomotiva di testa non sentì e andò incontro al suo tragico destino.
Ma non solo giovani: come ad esempio il folto gruppo di cereani che, utilizzato dai tedeschi in fuga come scudo, cadde nella notte tra il 24 e il 25 aprile 1945 sotto i colpi dei soldati alleati da poco giunti in paese.
Una testimone di quest'ultimo evento, la signora Gina Zanollo Bertù, racconta ancora senza indugi come si svolsero quei tragici fatti che, ultimi solo per la cronologia, chiusero definitivamente il periodo bellico per il paese: "nel pomeriggio del 24 aprile - ricorda la signora Zanollo che al tempo gestiva assieme al marito e al padre l'osteria Floro nei pressi della chiesa della Beata Vergine - molte truppe tedesche che si stavano ritirando verso Verona transitavano sulla strada statale provenienti da Legnago.
Nelle stesse ore anche alcune avanguardie dell'esercito alleato si erano spinte fin dentro il paese, nascondendosi in più punti: un piccolo gruppo di questi soldati, riuscì tra l'altro a fare prigionieri alcuni tedeschi, rinchiudendoli al piano superiore dell'osteria. In quegli stessi istanti però due soldati tedeschi, a bordo di una moto (probabilmente mandati in ricognizione da una grossa unità dell'esercito che stava sopraggiungendo), si avvicinarono all'osteria e vennero uccisi da un avventore che d'improvviso aveva estratto una pistola e aveva fatto fuoco. I corpi dei due soldati vennero poi spostati all'ingresso del deposito di carburanti "Lampo" dall'altro lato della strada. Dopo qualche decina di minuti sopraggiunge anche il resto delle truppe: gli ufficiali del comando, alla vista dei corpi delle avanguardie, ordinarono il rastrellamento casa per casa degli abitanti delle odierne via Vittorio Veneto e via Garibaldi; nel giro di pochi minuti circa 150 persone vennero quindi ammassate nei pressi di alcune case adiacenti alla chiesa, spogliate degli oggetti personali e dei documenti e, infine, incolonnati al centro della strada e fatti così proseguire verso Verona.
I due giovani soldati alleati che al piano superiore dell'osteria tenevano prigionieri i tedeschi vennero invece uccisi. Erano le nove di sera - racconta la signora Bertù, rastrellata assieme a tutti gli avventori dell'osteria - quando la colonna si mise in marcia, sotto la minaccia dei fucili: alle spalle seguivano invece le truppe tedesche. Giunti nei pressi della chiesa parrocchiale, un maestro, Raffaello Bissoli, forse a causa di un maldestro tentativo di fuga, venne ucciso: in lontananza, nella direzione della fabbrica Perfosfati e della località Palesella si vedevano alte colonne di fumo (con buona probabilità i depositi di munizioni fatti brillare dai tedeschi in fuga).
Appena giunta in prossimità dell'odierna "Casa De Battisti" - dove da tempo era stato costruito un muraglione difensivo che bloccava l'accesso al paese - la colonna dei prigionieri e dei soldati tedeschi venne improvvisamente bersagliata da un gruppo di soldati alleati che nel frattempo era riuscito ad appostarsi ben nascosto oltre il blocco.
Ignari probabilmente della presenza dei civili - forse non del tutto visibili nell'oscurità o celati dal muraglione alto quasi tre metri - i soldati alleati aprirono il fuoco colpendo indiscriminatamente i civili delle prime file e i tedeschi che riuscirono però ad arretrare, fuggendo in seguito in direzione della fabbrica Perfosfati. Quasi tutti i prigionieri approfittarono della confusione per mettersi in salvo nelle case adiacenti o scapparono - come fece la signora Zanollo - in direzione del fiume Menago, altri riuscirono ad entrare nella vicina residenza del cavalier Puttini (e furono colpiti da una bomba a mano tedesca) ma purtroppo non tutti: i primi del gruppo (tra cui Giovanni Bertelli, Aldo "Maio", Mario Ferrarini, Senofonte Zanollo) rimasero a terra. Fino alle prime luci del mattino seguente nessuno fu (inoltre) in grado di prestare soccorso ai feriti e agli agonizzanti che vennero poi trasportati all'Ospedale S. Orsola di Bologna. Tra i feriti si ricordano Plinio Bozzolin, Oscar Franzoni, Aldo Bertù "Torone", Gino Fraccaro e Gino Bronzato "Ieio".

di Andrea Ferrarese
tratto da "Cerea, la sua gente" a cura di Gianfranco Ziviani e Anna Chiara Ziviani

     
     
 
             
 
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